Jazz, poesia, ragazze

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La vita secondo Vian

Cento anni fa nasceva lo scrittore «patafisico» che diede anima (e musica) alla Parigi anni ’50

Non voleva crepare prima di aver baciato la ragazza più bella del mondo, ascoltato tutto il jazz da New York a Parigi, composto la canzone perfetta, scritto il romanzo indimenticabile. Non voleva crepare prima di averci spiegato perché la vita è preziosa anche quando sembra quieta disperazione, fatica senza ricompensa, lenta agonia, attesa della morte.

Nel 2020 si festeggia il centenario di Boris Vian, nato a Ville-d’Avray, il 10 marzo 1920 e morto a Parigi, il 23 giugno 1959.

Boris Vian, chi era costui? Riassumere non è facile, quindi andiamo per accumulo: jazzista, compositore, scrittore patafisico, autore sotto pseudonimo di noir americani, poeta, attore, conduttore radiofonico, discografico, drammaturgo, pittore, traduttore. Per chi volesse ulteriori dettagli, c’è Boris Vian 100 ans, Le livre anniversaire (a cura di Alexia Guggémos e Nicole Bertolt, Heredium, pagg. 260, euro 39,95). Italia lo conosciamo poco e quel poco (quasi) tutto grazie all’editore Marcos y Marcos che anni fa tradusse i romanzi principali. Le bellissime poesie, Non vorrei crepare, sono invece nel catalogo di Newton Compton. I dischi (…)

(…) si trovano con relativa facilità. La canzone più nota è Il disertore, scritta ai tempi della guerra d’Indocina, nel 1954. In Italia è stata portata al successo da Ivano Fossati. Mancano all’appello diverse cose, ma l’essenziale c’è. Dunque fatevi un regalo. Cominciate da La schiuma dei giorni, proseguite con Non vorrei crepare, approdate a Sputerò sulle vostre tombe. Il primo è il capolavoro di Vian, un delicato e tragico romanzo d’amore. Due ragazzi, due ragazze e un cuoco scoprono quanto è divertente e giusto e sensato perdere la testa. Sognano in un mondo da sogno, sembra il paese delle meraviglie di Alice, ma il destino è crudele. Il paese delle meraviglie si trasforma nella Metropolis di Fritz Lang e l’amore rivela l’altra sua faccia, che lo rende ancora più necessario e disperato. L’altra sua faccia è la morte.

Pochi, anzi nessun, romanzo è commovente come La schiuma dei giorni. Dopo averlo letto viene voglia, contemporaneamente, di gettarsi nel fiume con le tasche piene di sassi e cercare una festa piena di ragazze carine. La morale sembra sciocca ma è solo leggera, la leggerezza di chi come Boris Vian, malato di cuore, sceglie l’amore perché sente il fiato della morte sul collo. Vian: «Solo due cose contano: l’amore, in tutte le sue forme, con ragazze carine, e la musica di New Orleans o di Duke Ellington. Il resto sarebbe meglio che sparisse, perché il resto è brutto». Eccola qua, la morale, così semplice che ci arrivano solo alcuni tipi di uomini: i puri, i pazzi o i veri saggi, quelli che prendono a calci il culto del nulla così conforme alla nostra epoca. Le poesie di Non vorrei crepare espongono un progetto semplice. Il mondo è doloroso. La vita è breve. Meglio non perdere tempo in discussioni e dedicarsi alla propria felicità, per quanto possibile: «Non vorrei crepare/ prima di aver consumato/ la sua bocca con la mia bocca/ il suo corpo con le mie mani/ il resto con i miei occhi/ Non dico altro bisogna/ restare umili/ Non vorrei crepare/ prima che abbiano inventato/ le rose eterne/ la giornata di due ore/ il mare in montagna/ la montagna al mare/ la fine del dolore». Sputerò sulle vostre tombe è un tipico romanzo hard boiled alla Raymond Chandler, autore del quale Vian era il traduttore. Per aggirare la censura, Vian si firmò con lo pseudonimo Vernon Sullivan. Il 23 giugno 1959 Vernon Sullivan era al cinema Marbeuf di Parigi per assistere all’adattamento di Sputerò sulle vostre tombe, il più aspro dei suoi noir. La lavorazione non era stata facile. Al contrario Vernon-Boris aveva chiesto alla produzione di cancellare il suo nome dalla pellicola, troppo edulcorata. In sala, dopo cinque minuti, inizia a lamentarsi: «E questi dovrebbero essere americani». Sono le sue ultime parole. Poco dopo muore d’infarto a soli 39 anni. Vian conosceva bene gli Stati Uniti, in particolare la musica jazz. Non solo dirigeva un ramo della casa discografica Phillips, ma aveva anche presentato a New York una trasmissione radiofonica sul jazz a Parigi. Era stimato da Duke Ellington e Miles Davis, che portò a esibirsi (e incidere) in Francia. Le sue canzoni, nel frattempo erano interpretate dai giganti, Juliette Gréco e Yves Montand, per fare un paio di nomi. Un ragazzo lo segue attentamente nelle esibizioni dal vivo: Lucien Ginsburg, nome d’arte Serge Gainsbourg. Dirà in seguito di aver deciso di comporre brani dopo aver ascoltato quelli di Vian.

Le esposizioni francesi nel 2011-2012 hanno svelato l’officina letteraria dell’ingegner Vian: sorpresa. Sono moltissime le pagine scritte di getto e rimaste quasi senza correzioni nonostante avessero come primo lettore Raymond Queneau, sponsor editoriale di Vian. Fatto quasi incredibile. Vian infatti si distingue per l’originalità del tono e la varietà del linguaggio. I libri di Vian buttano nel frullatore argot, gergo specialistico, slang americano. Ma Vian era un ammiratore dei latini e dei greci, da cui trae il gusto (ironico) per la retorica e un vocabolario all’occasione (ironicamente) pomposo. Andava di fretta, Boris Vian. Sapeva di avere le ore contate. Non voleva crepare prima di aver suonato per intero la sua canzone.

Sorella morte corporale

Non fuggite, qua si parla di Vita.

E’ indubbiamente complesso per un occidentale del XXI secolo comprendere il culto mesoamericano della Santa Muerte.
La sua macabra esteriorità e la volontà dei suoi fedeli di inglobarla all’interno dei parametri della religione cristiana, a fronte di una apparente incompatibilità con essa, ne fanno un fenomeno difficilmente comprensibile, dai tratti oscuri ed inquietanti.
La Santa Muerte, come capita in varie occasioni laddove la religione cristiana sostituisce credenze più arcaiche e radicate, trae origine da culti antichissimi, culti che un tempo erano comuni a molte civiltà sparse per il globo.
Il suo aspetto inquietante, unito all’appellativo di Santa e alla devozione ad essa riservata, e il suo stare accanto ai santi ufficiali dell’universo cattolico, appaiono a prima vista quasi delle operazioni blasfeme; non a caso la Chiesa ne ha da sempre scoraggiato la diffusione, ma nonostante questo la venerazione della Santa Muerte rimane primaria in Messico e in altri luoghi dell’America meridionale.

La popolarità della Santa Muerte si deve quindi a diversi fattori, il primo dei quali è il suo essere assolutamente egualitaria.
Per quante differenze ed ingiustizie vi siano nel mondo, la Santa Muerte arriva per tutti, e sistema una volta e per sempre le differenze tra gli uomini: ricchi, poveri, miseri e potenti sono uguali di fronte a lei.
A questo punto occorre far notare che per quanto possa apparire attualmente estranea ed inquietante, vi era un tempo in cui anche a noi europei la Santa Morte era molto familiare: essa compare infatti trionfante negli affreschi e nei dipinti delle danze macabre medioevali, espressione di una religiosità condivisa dell’epoca.
Come la sua controparte latino americana, anche la Morte europea si presentava a sistemare le ingiustizie del mondo, a livellare le differenze degli esseri umani, mostrando con la sua tremenda presenza la futile illusione delle ricchezze e dei beni terreni.
Monarchi, signori e vescovi si inginocchiano disperati al suo cospetto, offrendole ori, gioielli, possedimenti, ma nulla di questo è in grado di smuovere il suo giudizio.
I vescovi e i signori danzano mesti alle sue spalle insieme ai servi e agli straccioni, tutti uniti da un unico destino.

Ecco quindi che per iniziare a comprendere l’essenza della Santa Muerte occorre anche comprendere che il suo culto è portato avanti da persone che credono fermamente ad una vita che aspetta gli uomini oltre l’esistenza in questo mondo.
La morte terrena non è la fine di tutto, ma un doloroso passaggio, per poi intraprendere una esistenza diversa, di cui poco si può sapere.
La Santa Muerte, così come la Morte che appare nelle danze macabre medioevali, è lì solo per permettere il passaggio.
Lei è nostra sorella morte corporale, per dirla con le parole di San Francesco: una compagna, una della nostra famiglia.

La morte, ovviamente, incuteva paura agli esseri umani ieri come oggi, questo è indubbio.
Si trattava, ieri come oggi, di un salto nell’ignoto, e nessuno era certo di meritarsi realmente la salvezza.
Ma in tempi religiosi, come era il tempo dell’Europa medioevale, e come è il tempo del Messico popolare contemporaneo, vi era la certezza che la morte non rappresentasse la fine di tutto.
Vi era la fede in un Dio, che per quanto severo e giusto nutriva sempre un grande amore per le proprie creature.
La morte ha iniziato a trasformarsi in qualcosa di realmente terribile, fino al punto di diventare innominabile, un vero e proprio tabù, in seguito alla diffusione dell’Illuminismo.
Nella nuova narrativa occidentale nulla esisteva oltre il vivere materiale: la morte rappresentava la fine di tutto: dopo di lei, il nulla.
E stando così le cose, non vi era neppure più niente da dire su di essa: occorreva anzi sfuggire dal suo sguardo, allontanarla il più possibile, fare come se non ci fosse.

Eppure, in questa visione, la morte avrebbe dovuto perdere le sue qualità inquietanti.
Se davvero, infatti, essa rappresentava la fine di tutto, allora nulla di tremendo poteva arrivare dopo di essa.
Un nero assoluto, un lungo sonno senza sogni e senza risveglio: forse complicato da immaginare, ma pur sempre meglio della eterna dannazione preannunciata per le anime perse predicata dalle varie religioni.
Perché quindi agli occhi di un occidentale, erede della tradizione illuministica, la Santa Muerte provoca ancora tanta inquietudine, tanto disturbo?
La spiegazione è semplice: l’illuminismo e il positivismo hanno sì messo in crisi le grandi religioni ufficiali, relegandole ad uno status di mere superstizioni popolari, ma il passo successivo, ovvero quello di convincere la massa che quella materiale è l’unica realtà esistente, non l’hanno mai compiuto.
Il materialismo stretto e il positivismo estremo infatti sono rimasti negli ambiti accademici, nei testi di scuola e nelle riviste scientifiche.
Sotto di loro hanno invece creato un immenso vuoto.
La sensazione, nella maggioranza delle persone, che esista qualcosa oltre il mondo contingente non è mai stata cancellata.
Essa è nostro retaggio ancestrale, in qualche modo componente imprescindibile del nostro essere umani.
Le religioni davano risposte alle domande più complesse e profonde, e la rivoluzione illuminista non ha fatto altro che eliminare queste risposte, lasciando però intatte le domande.
E nell’incertezza totale della nostra sorte futura trova lo spiraglio per inserirsi il panico, quella inquietudine estrema che assale le nostre menti quando il tema della morte viene evocato.
Se mai tornassimo a vederla con gli occhi antichi, con gli occhi di San Francesco, come una sorella, forse ci apparirebbe assai meno brutta di quanto attualmente immaginiamo.
Sempre a patto che sia una sorella benevola, ma questo non dipenderà né dagli ori nel dal prestigio che presenteremo al suo cospetto, ma solo dalla qualità e dalla trasparenza del nostro cuore.

Un Bdsm Inaspettato

..”All’epoca nemmeno io sapevo cosa fosse il bdsm (sigla per bondage sado maso) e se me lo avessero proposto così probabilmente avrei rifiutato; quel sabato pomeriggio però avrei cambiato idea. Pomeriggi così, chissà perché, succedono solo in estate, quando si decideva in compagnia di trovarsi per andare al mare e poi forse una pizza o un panino e quindi magari in disco o a cercare qualche pub dove facevano il karaoke. Andavamo al mare a Sistiana (una novità rispetto al Califonia) ed ogni tanto qualche nuovo membro si aggiungeva al nostro gruppetto e qualcun altro se ne andava in vacanza da qualche altra parte; Tania (ho cambiato il nome, eh!) era appena arrivata ed era una tipa non proprio bellissima – in fondo, chi se ne frega -ma molto simpatica ed un po’ aggressiva, il classico maschiaccio, se mi spiego, al punto che alcuni di noi sospettavano fosse lesbica. Ma il suo problema era che aveva appena piantato il suo ragazzo (da come ne parlava doveva essere tipo Raul Bova) e che ogni pretesto era buono per parlare di lui, che palle ad un certo punto! Al punto che il venerdì Cesco era addirittura sbottato con “Piàntila co’ sto mato! Te ne ga rotto i…” e lei ci era rimasta tanto male che era ammutolita. A quel punto, ignorata dagli altri che erano andati in acqua, mi ero avvicinato io e, seduto sull’asciugamano vicino a lei, le avevo detto “Dài, non te la prendere, dopo tutto l’hai mollato tu e adesso sei con noi per divertirti, no?”. Allora ha cominciato a sfogarsi veramente, e giù lacrime e singhiozzi – da una “dura” come lei non te lo saresti aspettato – ed è venuto fuori che il problema con lui era che non approvava il suo modo di concepire il sesso, troppo “estremo e violento”, secondo lui, mentre lei pensava che lui da quel punto di vista fosse “noioso”; allora ero partito con un discorso consolatorio del tipo “Sai, il sesso è un modo di trovare l’armonìa, se non si è disposti a capire ed immedesimarsi nei desideri del partner da quel punto di vista il rapporto non funziona Però non tutti sono in grado di scendere a compromessi” le avevo detto “ma non è colpa loro, bisogna insistere ed avere pazienza, prima o poi le persone intelligenti capiscono.”. Allora si era voltata verso di me con gli occhi ancora lucidi (un bel paio di occhi scuri ed espressivi) e mi aveva guardato fisso; io non avevo abbassato lo sguardo, quella strana scarica nella pancia mi diceva che quella ragazza mi piaceva, e lei aveva chiesto a voce un po’ più bassa “Tu sei intelligente, vero?”. Attimo interminabile, non sapevo cosa dire o fare, volevo prenderle la mano ma non volevo darle l’impressione di approfittarmi di un suo momento di debolezza. Poi gli altri sono tornati sulla spiaggia e il momento magico è finito lì.. Quella sera poi non avevamo combinato un granchè perché aveva iniziato a piovere e la temperatura si era abbassata di brutto ma ci eravamo dati appuntamento per il pomeriggio successivo in Viale; solo che anche allora pioveva e avevano quasi tutti tirato pacco a parte me, un altro paio di ragazzi e Tania. Caffè sotto alla tenda mentre la pioggia veniva giù non pesante ma fastidiosa e ci toglieva ogni prospettiva di bagno o passeggiata in Carso alla ricerca di qualche osmiza; poi è venuta fuori l’idea del cinema, ma io ho declinato perché non mi andava di chiudermi tra quattro mura e poi non c’era niente che mi interessasse. Così gli altri se ne sono andati e siamo rimasti solo io e Tania a berci ancora una coca al tavolino, praticamente soli in mezzo al viale mentre la pioggia veniva giù; inevitabile che il discorso del giorno prima tornasse fuori, si vedeva che lei voleva ancora parlarne ed io ero decisamente (e un po’ morbosamente, lo ammetto) curioso. Ovviamente era il sesso il problema (non lo è quasi sempre?): lei definiva il suo desiderio “di estrema fantasia” ma non voleva entrare nei dettagli, solo che lui conosceva tre posizioni in croce e non voleva saperne di altre, e poi non sapeva “schiaffeggiare bene le tette”. Forse è stato questo riferimento più esplicito ad incuriosirmi ulteriormente e così ho cercato di farmi dire di più; “Cosa intendi? Una palpeggiata più forte o schiaffi veri?” “No, intendo proprio schiaffi veri: sai a me piace quando mi fanno cose un po’ forti, mi piace essere dominata e così provo sensazioni più intense… tu riesci a capirmi?” “Beh, di solito riesco ad immedesimarmi nel desiderio della mia partner” il discorso si stava facendo al tempo stesso imbarazzante ed eccitante “ma ti confesso che non ho mai trovato una ragazza che esprimesse queste esigenze.” “Ma se la trovassi, cosa faresti? No, scusa se te lo chiedo, ma è solo per sapere: di solito i ragazzi fanno tanto gli sbruffoni, io so fare questo, io so fare quello, ma poi di fronte ad una ragazza che si eccita in modo un po’ diverso vanno in panico e scappano, e io devo terminare da sola!” Questo l’ha detto a voce più alta ma non me ne sono accorto. “Io personalmente darei il massimo per cercare di entrare in sintonia e darle quello che desidera e anche di più, ma sono un caso patologico di quelli che pensano prima a soddisfare la mia partner che me stesso ed è così che trovo il piacere. Poi dovrei trovarmi nella situazione. Ma questo a lui non l’hai detto?” Cercavo di riportare il discorso su binari più tranquilli, anche perché mi stavo eccitando e non mi sembrava il caso. Lei però se n’era accorta, la bastarda, e si era sporta verso di me da sopra il tavolino. “Così se una ti chiedesse di strizzarle i capezzoli tu lo faresti?” aveva mormorato guardandomi dritto negli occhi e facendomi provare un improvviso calore allo stomaco. “Se percepissi che questo le dà piacere lo farei sia con le dita che con i denti, e picchettandoli con la lingua” le ho risposto nello stesso modo per vendicarmi di quello che stava succedendo nelle mie parti basse: devi immaginarti la scena in cui sono seduto ad un tavolino in mezzo al viale vestito con pantaloni leggeri e boxer e cerco disperatamente di non dare a vedere all’esterno il gonfiore che vi si sta formando sotto. Ma se speravo di stroncarla avevo sbagliato tattica “Ah, magari terresti un capezzolo tra i denti mentre l’altro lo manipoleresti con le dita, allora… e con l’altra mano cosa faresti? Potresti pizzicare una chiappa o sculacciarla?” Questo accenno allo sculacciamento mi aveva un po’ spiazzato, in effetti non mi era mai capitato che ad una ragazza piacesse questo genere di cose, ma mi stavo accorgendo anche di un’altra cosa: si stava eccitando anche lei e me ne accorgevo sia perché il suo respiro si stava facendo più intenso che per via della sua maglietta sotto alla quale sul seno stava fiorendo sempre più evidente il turgore dei capezzoli. “No, credo che con l’altra mano le pizzicherei la parte interna delle cosce” avevo capito dove voleva andare a parare “senza però avvicinarmi alla vulva, se no godrebbe troppo presto; piuttosto mi avvierei verso il culo” avevo così sussurrato sempre tenendole lo sguardo inchiodato nel mio e cercando di capire l’effetto della parolaccia. A questo punto Tania si è rialzata appoggiandosi allo schienale ed ha lasciato andare un grosso sospiro. “Però, non dev’essere male!” il suo tono era tornato allegro e discorsivo ma si avvertiva che le nostre illazioni avevano lasciato il segno. Anche su di me, però, e l’effetto non era passato. Lei, maliziosa, se ne era accorta con quel tipico sesto senso femminile “Perché stai chinato?” a voce alta ” “Hai qualche problema?” rideva. Non sapevo se essere arrabbiato (più con me stesso che con lei) o divertito, così ho optato per la seconda e le ho sorriso “Nessun problema, solo una conseguenza dei nostri discorsi: tu sei fortunata che a te non si veda…” . Poi i binari della chiacchierata si sono fatti più tranquilli, avevamo capito entrambi di avere un po’ esagerato, e abbiamo ordinato ancora qualcosa. Non ricordo di cosa abbiamo parlato poi ma ad un certo punto ho proposto di andare a mangiare una pasta a Draga (buonissima ed enorme), annaffiata da un po’ di vinello bianco e si è fatto pomeriggio tardo. “Ti accompagno a casa?” Lei stava in affitto in città ed era venuta in viale con il bus; appena partiti però il discorso si è rifatto piccante “Ma tu pensi che una ragazza come me a cui piace un po’ di energia a letto sia un po’ pervertita?” ha iniziato lei “No, io non credo che si possa chiamare perversione quando fai qualcosa che ti piace in pieno accordo con il tuo partner” “Ma anche se si fa più violento?” “Certo, finchè entrambi si eccitano e godono l’uno dell’altro non ci sono limiti” “Ma tu cosa credi che mi piaccia veramente?” all’improvviso si era voltata sul sedile del passeggero verso di me e mi aveva messo una mano sulla coscia destra con una certa veemenza. Ahi. “Mi sono fatto l’idea che non ti piacciano particolarmente dolci baci e languide carezze ma piuttosto qualcosa di più concreto e sanguigno, mi immagino piccoli morsi e schiaffetti su tutto il corpo, e magari che ti piaccia essere legata e sottoposta al piacere”. Un mugolio e lei si è rimessa a sedere dritta tenendo però una mano sulla mia coscia e spostandola, forse inavvertitamente, un po’ più in alto. “Vedo che stai cominciando a capirmi! Mi dai qualche dettaglio su cosa faresti?” (Continua)
“Inizierei a metterti di schiena” ho cominciato ad immaginarmi la scena con logiche conseguenze sul mio basso ventre “e ti legherei mani e piedi al letto in modo da tenerti braccia e gambe spalancate. Poi inizierei a massaggiarti con i polpastrelli a partire dalla nuca e scendendo, ogni tanto dandoti leggeri graffi con le unghie” avevo capito che l’idea dei piccoli graffi la eccitava “e arriverei fino ai piedi saltando però i glutei ai quali darei solo un paio di sculacciatine, poi ripartirei verso l’alto, usando oltre alle mani anche la bocca e soffermandomi con la lingua e con leggeri morsi sempre più forti sulle zone nelle quali ti sentirei gemere, stavolta insistendo un po’ sull’interno delle cosce ma senza nemmeno sfiorarti la zona dell’inguine, solo facendoti percepire il mio alito caldo e la certezza che prima o poi saranno le mie labbra ad aprirsi contro di esso ed i miei denti a stimolarlo con studiati morsetti”. A questo punto il suo respiro (come il mio, d’altro canto) si era fatto decisamente più pesante e la sua mano dalla coscia si era poggiata con prepotenza sul gonfiore dei miei pantaloni, che ormai racchiudeva un pene molto eccitato che soffriva nella posizione sbagliata all’interno dei boxer. “E poi mi frusteresti?” La domanda fatta ad occhi semichiusi e guardando avanti mi aveva un po’ spiazzato: non mi aspettavo arrivasse a tanto ma non mi dispiaceva, la mia immaginazione aveva cominciato a prendere la piega giusta “Solo dopo essere tornato alla nuca perché allora mi siederei sulla tua schiena premendoti il seno contro al materasso e con un cordino sottile ti colpirei alternativamente i glutei e l’interno delle cosce; poi ne passerei un capo in mezzo alle tue gambe e te lo strofinerei all’inguine sul bordo esterno delle tue grandi labbra” Mentre parlavo la sua mano sinistra aveva cominciato a stringere il mio pene oltre ai pantaloni quasi dolorosamente mentre la destra si era portata in mezzo alle sue gambe e si strofinava attraverso i jeans. “Mi stai eccitando di brutto, lo sai?” e togliendo la mano dal mio sesso ormai premuto in posizione innaturale contro ai boxer si è sbottonata i pantaloni tuffandovi l’altra e ricominciando poi a toccare me mentre iniziava un evidente opera di masturbazione “Dài, continua, raccontami ancora”.
Puoi immaginare che in quel momento la mia eccitazione era verso il culmine mentre continuavo a raccontarle di come avrei spostato il cordino sempre più vicino al centro della sua vulva sempre strofinandolo leggermente e alternando lo strofinìo con colpi di staffile sempre più vicini al suo sesso. Mentre le descrivevo il momento in cui glielo avrei passato sul clitoride mentre immergevo due dita nella sua vagina lei è impazzita (forse stava già godendo) e con un gemito più forte si è tuffata (è il termine corretto, infatti ha preso un leggero colpo sul volante del quale non si è assolutamente accorta) con la bocca sul mio pene ancora imprigionato nei pantaloni leggeri. Sono trasalito ma non ho potuto dire niente perché mentre con i denti ha iniziato a rosicchiarmi il membro oltre la stoffa è riuscita a mettermi la sua mano destra davanti alla bocca “Leccamela, leccamela” ha implorato, e così ho fatto: sapeva del suo umore, era bagnata e pregna di quel sapore tipico di ogni donna che mi ha sempre fatto impazzire. Così ho preso a succhiarle le dita mentre lei me le premeva contro la bocca e mi faceva sentire il calore bagnato della sua lingua sulla punta del mio pene prossimo ad esplodere. In queste condizioni siamo arrivati dalle parti di casa sua (mi aveva detto la zona ma non la via) così lei ha smesso e si è rialzata rossa in viso ed ansimante e mi ha guidato davanti al suo portone dove, per fortuna, c’era un parcheggio pronto. Il tempo di posteggiare e di sistemarmi rapidamente il membro nei boxer e lei mi ha preso la mano e portato furiosamente dentro al portone e poi su per le scale fino al secondo piano dell’edificio, vecchio ma pulito, dove ha aperto la porta di un piccolo appartamento di quelli con i soffitti alti, arredato con pochi mobili ma disposti con gusto e praticità. Ha chiuso la porta e non mi ha dato il tempo di dire niente prima di cominciare a baciarmi sulle labbra in modo furioso e molto bagnato mentre mi sbottonava frettolosamente la camicia e si impossessava dei miei capezzoli stringendoli forte e poi lasciandoli e graffiandomi il petto. Avrei dovuto aspettarmi tanta foga e tuttavia sono rimasto piacevolmente sorpreso, al punto che il (poco) dolore si è trasformato immediatamente in un ulteriore brivido di piacere che mi è arrivato direttamente ai testicoli; ho contraccambiato subito alzandole la maglietta ed abbassando le coppe della sua terza abbondante e, trovandomi tra le dita due capezzoli grossi e rigidi su piccole auree scure, ho iniziato a stringerli a mia volta, tirandoli alternativamente verso di me e poi girandoli. Tania ha emesso un gemito buttando indietro la testa e lasciando la mia bocca libera di tuffarsi su quelle due delizie succhiandone e mordicchiandone a turno uno mentre con le dita continuavo a tormentare l’altro. Poi mi ha preso la mano e sussurrandomi con voce decisamente roca “Vieni, ti faccio vedere…” mi ha portato nella sua camera da letto dove ha aperto l’ultimo cassetto in basso di un grande comò banco panna e ne ha estratto due corde da tenda lunghe un paio di metri ed alcuni cordini più corti, un piccolo frustino, un grosso vibratore blu scuro a forma di fallo, uno più piccolo ed allungato, una coppia di palline vibranti ed una collana di palline più piccole collegate con un filo l’una all’altra, oltre ad un tubetto di lubrificante. “Questi sono i miei giocattoli ma devo sempre giocare da sola perché nessuno sa come fare con me.” Ha mormorato con fare molto malizioso. Ormai l’avevo capita e togliendole maglietta, reggiseno e pantaloni le dicevo morbidamente “Non ti preoccupare, adesso gioco io con te”. Così le ho incrociato le mani sopra la testa in modo che la destra tenesse il gomito della sinistra e viceversa, poi con due cordini le ho legato i polsi agli avambracci mentre le dicevo “Sei mia, adesso ti lego poi ti faccio godere fino a che non griderai basta, ma io continuerò fino a che non ne avrò avuto abbastanza dei tuoi orgasmi”. “Si, fammi tua, legami, sbattimi, frustami, fammi godere come una troia” ha iniziato a dimenarsi lei. “Ferma!” le ho intimato, passandole poi una corda da tenda sotto al seno, incrociandola sulla schiena e poi tornando davanti incrociandola in mezzo alle tette i cui capezzoli erano sempre più protesi. Alla fine ho preso altri due cordini sottili e li ho arrotolati alla base dei seni abbastanza stretti da farli schizzare verso di me, sempre attento a capire se le piacesse quello che stavo facendo (era la prima volta che mi trovavo a fare cose del genere). “Si, stringili, stringili ancora” ha confermato lei mentre mi guardava con sguardo sempre più eccitato. Ad opera terminata, guardandola fissa negli occhi le ho preso i capezzoli tra le dita e li ho tirati verso di me girandoli un po’ “Ah, si, tira, bastardo!” ha cominciato ad ansimare passando alle parole più pesanti “Non mi accontenterò di questo, troia” le ho risposto a tono chinandomi verso il capezzolo destro e mordendolo, stavolta un po’ più forte e strappandole un gemito. Poi mi allontanato e, preso il piccolo staffile, ho cominciato a strofinarglielo sulle tette gonfie. “Sai cosa sto per farti?” le ho sussurrato all’orecchio “Si, frustami le tette, frustami le tette!” lei stava perdendo la testa così l’ho leccata sulle labbra e sul collo e, spostandomi di un passo, le ho dato una piccola staffilata sul seno sinistro, lontano dai capezzoli, lasciandole una sottile strisciolina arrossata. “Più forte, più forte” gemeva lei ma io continuavo a darle piccole staffilate alternate sui due seni. “Allarga le gambe!” le ho intimato e lei così ha fatto consentendomi di chinarmi all’altezza delle mutandine color crema e di darle un leggero morso all’attaccatura delle cosce avvertendo così nuovamente il profumo intenso della sua eccitazione che già prima mi aveva fatto assaggiare e che le aveva completamente inzuppato gli slip. All’improvviso ho iniziato a frustarla all’interno delle cosce impugnando lo staffile come un direttore d’orchestra impugna la bacchetta, abbastanza forte da strapparle un ansito, e quindi mi sono fermato a fissarla. “Cosa mi fai, cosa mi fai?” ha rantolato lei ma io non le ho risposto portando invece la mia mano repentinamente dentro alle sue mutandine ed infilando medio ed anulare nella sua passera (che, come immaginerai, era bagnatissima) ho cominciato a muoverle ritmicamente e rapidamente strofinando contemporaneamente il palmo sul clitoride e facendola gridare di piacere ma fermandomi subito (non volevo mica farla godere così presto…). Poi le ho fatto unire le gambe e le ho tolto le mutandine mentre ansimava scoprendo così una figa parzialmente depilata e lucida di umori. Mi sono tolto camicia e pantaloni anch’io (i sandali se ne erano già andati all’ingresso) e, riprendendo in mano lo staffile, ho iniziato a colpirle ritmicamente ed alternativamente il seno costretto, stando sempre attento però a non colpirle i capezzoli ed ottenendo in cambio nuovi gemiti ed incitazioni “SI, frustami, frustami le tette, più forte, non sono di vetro, colpiscimi, colpiscimi !”. Lo facevo con sempre maggiore foga e mi rendevo conto che la sua eccitazione mi si trasmetteva come una scarica elettrica indurendomi sempre di più il membro sistemato stavolta abbastanza bene nei boxer ma non per questo meno desideroso di uscire. Poi ho iniziato a scendere frustandole prima la pancia e poi scendendo e cambiando direzione sono arrivato alla figa che ho iniziato a colpire non forte ma con precisione, facendo attendere il colpo successivo e strofinando la parte terminale dello staffile sul clitoride. (Continua)
Quando ho capito dal crescendo dei suoi gemiti che ancora un paio di colpi e lei sarebbe venuta mi sono fermato “Perché ti fermi, bastardo, continua, fammi godere, fammi godere” mi ha implorato ma io sapevo che non era questo che voleva, così mi sono chinato, le ho poggiato le labbra sulla figa aperta e rossa passando lentamente la lingua su un clitoride grosso e pulsante facendola vibrare tutta ed impregnandomi del suo umore eccitato; quindi, con calma, mi sono alzato e l’ho nuovamente baciata languidamente sulla bocca “Lo senti quanto sei eccitata?” le ho detto “Si, sono buonissima. Voglio prendertelo in bocca anch’io, non essere egoista, dai” ha risposto facendomi desiderare di sbatterla sul letto, togliermi le mutande e penetrarla ovunque; ma sapevo che non era ancora il momento e così ho continuato il gioco prendendo il più sottile dei cordini – uno spago lungo una quarantina di centimetri – e, fissandola negli occhi, ho fatto un’asola a ciascuna estremità e vi ho infilato i suoi capezzoli stringendoli bene. “Abbassa la testa, ora” le ho ordinato e le ho passato lo spago dietro al collo accorciandolo in modo che i capezzoli sarebbero stati tirati se lei avesse alzato la testa. Lei mi ha guardato dal basso con un sorriso lubrico mormorando “Questo gioco non lo conoscevo… ma mi piace, lo senti quanto mi piace?” “Certo che lo sento” le ho risposto infilandole nuovamente le dita nella figa (anche l’indica, stavolta) ma più lentamente, dandole il modo di assaporare la penetrazione; senza fermarmi, le ho messo l’altra mano sotto al mento e le ho alzato lentamente la testa facendo tendere lo spago e tirando verso l’alto i capezzoli sempre più turgidi. “Stai ferma così adesso”; ho preso nuovamente il frustino e, mettendomi di lato, ho cominciato a darle leggeri colpetti direttamente sulla cima dei capezzoli. Lei stringeva gli occhi, provava piacere e dolore in rapporto dieci ad uno e non lo nascondeva “Sii, bastardo, dai, mi fai impazzire così” mugugnava. A quel punto ho deciso che si meritava un premio e così ho preso le due palline vibranti e, inginocchiato davanti a lei, gliele ho infilate nella vulva lentamente, accendendole dapprima poco e poi accelerando spingendole in fondo ed iniziando un cunnilinguus sensuale ma sempre più veloce mentre con la mano libera le schiaffeggiavo i glutei. Il suo respiro è immediatamente diventato più pesante ed ha cominciato a gemere mentre per l’effetto dell’orgasmo imminente la sua testa si muoveva sempre più senza controllo tirandole così i capezzoli ed aumentando il suo piacere. Non ci è voluto molto prima che “Si ancora, leccami, dai, dai, ancora, si, sii, SIII” e con un grido animalesco lei godesse facendo pulsare violentemente i muscoli pelvici. Non era certo finito lì, per cui ho spento le palline e gliele ho tolte da dentro lentamente, poi le ho fatto nuovamente abbassare la testa ed ho sciolto il nodo che accorciava il cordino stringi capezzoli senza però toglierlo ma lasciandolo pendere sul davanti. Lei mi guardava con occhi speranzosi e perduti al tempo stesso sapendo che l’avrei fatto godere ancora e domandandosi come. “Stai ferma qua” le ho detto e sono andato nel soggiorno dove avevo visto un contenitore di mollette per la biancheria per prenderne un paio e quindi in cucina per vedere se nel freezer ci fosse del ghiaccio in cubetti (per fortuna ce n’era) e metterne alcuni in un bicchiere, poi sono tornato nella camera poggiando quest’ultimo a terra fuori dalla porta in modo che Tania non lo vedesse. “Sei pronta per un nuovo gioco?” le ho sussurrato “Tu che ne dici?” mi ha risposto lei sorridendo e quindi protendendo il viso verso il mio petto e mordendomi un capezzolo a tradimento. Le ho affibbiato uno sculaccione un po’ a mo’ di rimprovero e molto perché sapevo che era esattamente quello che si aspettava (un mugolio di piacere me l’ha confermato subito) e quindi, sempre guardandola fissa negli occhi, le ho attaccato le due mollette ai capezzoli di traverso “Uuh… si! Aahh” ha iniziato subito lei “Ti piace così?” “Sii, mamma mia questo non l’avevo provato ancora, mmmh” “Allora cose ne dici se faccio così?” ho detto mentre davo leggeri colpi alle estremità delle mollette e contemporaneamente leccavo l’estremità esposta dei capezzoli “Si, fammi godere ancora, fammi godere” cominciava nuovamente a perdere la testa lei. Dopo un po’ di questo trattamento l’ho fatta girare verso il letto e, tenendola da dietro, le ho fatto adagiare la parte superiore del corpo con le braccia sempre legate sopra alla testa mentre le gambe aperte restavano sul pavimento, in una perfetta rappresentazione geometrica dei novanta gradi, poi mi sono tolto anch’io i boxer e, salito dall’altra parte del letto, mi sono disteso davanti a lei in modo che la punta del mio pene fosse a poca distanza dalla sua bocca ed ho iniziato a toccarmi lentamente. “Ora mi devi dire cosa ti farò adesso: se indovini ti faccio assaggiare il mio pene se no ti punisco” Anche questo gioco la eccitava, così disse subito “Adesso mi leccherai la figa” sapendo che non era quello che avevo in mente me dandomi una scossa al basso ventre che ha fatto agitare il membro poco fuori dalla sua portata. “Risposta sbagliata” le ho detto, spostandomi e sedendomi sulla sua schiena facendo così premere le mollette ancora di più sui capezzoli tesi dei seni legati e cominciando a sculacciarla su entrambe le chiappe “Si, puniscimi, ancora, ahi, dai!” ha iniziato a gridare lei iniziando evidentemente nuovamente il breve tragitto verso l’orgasmo. Ma mi sono fermato in tempo e sono tornato davanti a lei “Allora?” “Me lo sbatti nel culo!” ha ansimato; ma “Quello dopo!”, è stata la mia risposta e, sedendomi nuovamente su di lei ho preso il frustino ed ho iniziato a fustigarle i glutei ed il buchino dello sfintere che lei stava tenendo ben aperto insieme alle gambe ansiosa di farsi frustare anche lì. Nuova ansimata e nuova domanda “Mi penetri dappertutto con tutto quello che hai!” ha infine detto lei “Oh, vedi che lo sai?” le ho detto e mi sono portato con il pene all’altezza del suo viso. Lei non si è fatta pregare e me l’ha preso subito in bocca, ingordamente, leccandolo e succhiando e graffiandomi la cappella con piccoli morsi che, se possibile, me lo facevano indurire ancora di più mentre io con le mani la aiutavo (le sue non poteva adoperarle) e lei mi incitava quando mi scostavo “Fammi succhiare il tuo cazzo, dammelo in bocca, hai un sapore eccitato, dammelo dai” “Sentirai che buono quando sarà mischiato con il sapore della tua figa e del tuo culo” le dicevo eccitandola ed eccitandomi. (Continua)
Dovevo scostarmi, però, lei era così selvaggiamente eccitante che continuando così le sarei venuto in bocca subito e questo non lo volevo, non ancora… Così sono sceso dal letto, sono andato a prendere il bicchiere di ghiaccio (sciolto a metà, ahimè, ma comunque sufficiente) che lei non poteva vedere, poi ho preso i due vibratori e la collana di palline e li ho lubrificati facendo attenzione stavolta che lei mi vedesse bene; poi mi sono messo dietro. “Sei pronta?” le ho detto e lei per tutta risposta ha dimenato le chiappe aprendosi ancora di più e protendendo il suo bacino verso di me credendo che l’avrei penetrata ma… sorpresa, le ho invece strofinato un pezzo di ghiaccio sulle grandi labbra strappandole un grido misto di piacere e stupore. Poi, dove c’èra il ghiaccio ho passato subito la lingua e quindi ho passato il ghiaccio su un’altra porzione di figa e poi lingua, poi ghiaccio e poi lingua, dappertutto meno che sul clitoride. Infine ho preso in bocca il pezzo di ghiaccio più grande ed in mano il vibratore più piccolo, l’ho acceso e, sedendomi sotto a lei, ho cominciato a infilaglielo piano piano nella figa mentre con la bocca le passavo prima il ghiaccio freddo e poi le labbra calde sul clitoride, insistendo ed aumentando il ritmo in sincronia con la penetrazione sempre più profonda del vibratore. Stavolta l’orgasmo è arrivato con intensità e violenza, si è fatto in un grido selvaggio “Ahhh! Godo, godo come una troia, sono una troia, godo, godo!” che mi ha fatto quasi pensare di aver esagerato ma non mi ha fatto desistere. Mi sono alzato subito e, sputando il ghiaccio e togliendole dalla figa il vibratore ci ho infilato il mio cazzo durissimo e voglioso senza darle il tempo di riprendesi, iniziando a sbatterla ed a sculacciarla “Sii, sbattimi, sbattimi, fammi sentire i tuoi coglioni che mi sbattono addosso” ed in effetti era così, la stavo cavalcando con tanta foga che ad ogni colpo le mie palle la colpivano sul clitoride, ancora teso e sensibilizzato dal suo orgasmo appena raggiunto. Non avevo intenzione di fermarmi finchè lei non fosse venuta di nuovo così le ho messo la mano con il vibratore davanti e mentre la penetravo ho cominciato a masturbarla; in questo modo non poteva volerci molto ed infatti un nuovo grido stavolta senza parole me l’ha confermato. Ma ancora non era ora di fermarsi, così sono uscito da lei e le sono tornato davanti “Senti come siamo gustosi insieme!” le ho detto mentre lei ansimante si trovava nuovamente il mio cazzo in bocca ed iniziava a leccarlo con energia. L’ho fatta andare avanti un po’, poi, quando sapevo che continuare avrebbe equivalso a farmi venire mi sono allontanato e mi sono messo di nuove dietro. “Adesso me lo dai nel culo?” il suo era un gemito “Si, ma prima questo” le ho risposto rovesciando un filo dell’acqua ghiacciata che era rimasta nel bicchiere lungo il solco delle natiche facendola gridare e chiudere le gambe in un riflesso condizionato. “Apri le gambe, troia!” le ho intimato ottenendo subito obbedienza; quindi mi sono chinato ed ho iniziato a leccarle il buchino, piano ed intorno all’inizio, penetrandola un po’ con la lingua subito dopo mentre il suo mugolìo di piacere ricominciava. “Cosa aspetti, bastardo, infilzami” aveva ricominciato ad essere volgare. Le ho quindi lubrificato il culo e ci ho appoggiato la punta della mia cappella fermandomi. “Cosa aspetti, dammelo, dammelo” Non avevo mai sentito una ragazza chiedere con tanta foga che la inculassi ma avevo in serbo un’altra sorpresa, grossa e vibrante; così, mentre lei aspettava la penetrazione anale, le ho infilato piano ma con decisione il vibratore grosso ed acceso nella figa. Gridolino di piacere e sorpresa ma non era finita: tenendo il vibratore fino in fondo ho iniziato a penetrarla dietro, prima piano o quindi sempre più dentro; quando sono arrivato fino in fondo ho iniziato a muovere alternativamente bacino e mano con vibratore, dentro e fuori, fuori e dentro. Lei ansimava ed io cercavo di andare a tempo con il suo respiro ottenendone in cambio ansimi sempre più profondi. Anch’io non ne potevo più così glielo dissi “Adesso veniamo assieme ed io ti vengo nel culo!””Si, dimmelo, dimmelo ancora, dimmi quando godi” anche le espressioni facevano parte del nostro gioco così iniziai a raccontarle le mie sensazioni “Si, come sei meravigliosamente stretta e calda, mi fai vibrare il cazzo, mi fai venire voglia di godere…” e lei partecipava “Si, godi, voglio godere con te, spingimelo più a fondo dammelo tutto, il cazzo vero e quello finto, li voglio sentire in fondo, dai, dai…” stava per godere così ho aumentato il mio ritmo per adeguarmi “Si, anch’io, sto per venire anch’io…. Dai… dai…siiii…” quest’ultimo era un suono gutturale, animalesco, contemporaneamente mio e suo. Sono stato però attento a non abbandonarmi completamente perché c’era ancora una cosa che volevo farle fare. Così sono uscito, piano, sia con il cazzo che con il vibratore e mi sono chinato a darle una lunga leccata a figa e culo avendone un gridolino in cambio; quindi sono tornato sopra al letto e, piano, le ho sciolto le braccia e l’ho girata facendola distendere a ventre all’aria. Le sue tette erano gonfie ed i capezzoli grossi e tenuti ancora dalle mollette e dallo spago. Sapevo di dover fare piano così mi sono fermato a darle un lungo bacio languido sulla bocca a cui lei ha risposto con ancora un po’ di vigore (eh, già, non era ancora finita…) poi sono sceso con il viso verso i capezzoli ed ho preso le mollette con i denti aprendole una ad una piano piano. Altro gridolino di piacere e dolore misto, poi le ho detto “Mettiti in ginocchio” “Ancora? Non vorrai farmi godere ancora?” “C’è spazio ancora per un orgasmo dentro di te, lo sento. E poi voglio farti provare ancora una cosa” le ho detto mentre con il cordino le legavo le mani dietro alla schiena e poi la spingevo con il volto sulle coperte ed il culo all’aria. “Mhhh, e adesso cosa mi fai?” era tornato il tono malizioso. “Ti infilo nel culo una di queste” le ho risposto mentre in effetti le premevo nello sfintere la prima pallina della collana, già lubrificata . “Ohh… Nel culo non le avevo mai provate… Dai, mettimene un’altra!”. Avevo già intenzione di farlo quindi non mi sono fatto pregare e piano piano l’ho accontentata, facendo subito seguire la terza pallina e quindi la quarta. “Ahhh… cazzo… queste vanno a fondo! ” gemeva lei” “E non sai quanto!” le ho risposto io tirandola su e facendola nuovamente inginocchiare a gambe larghe sul letto. Così seduta sui talloni lei poteva muoversi sentendo le palline dentro a lei, così lo fece “Questo è nuovo… è bellissimo!” con le mani legate dietro alla schiena doveva stare attenta a non cadere cosi l’ho sostenuta io dandole contemporaneamente una sculacciata. Poi mi sono ho preso nuovamente il vibratore grosso ed accendendolo gliel’ho posizionato non dentro ma sotto alla figa, in modo che stesse sotto al clitoride ed alle labbra. “Adesso strofinati sul vibratore e godi assienme a me, troia!” Le ho intimato mettendomi contemporaneamente in piedi davanti a lei ed iniziando a masturbarmi con la sua bocca mentre con una mano prendevo lo spago legato ai capezzoli e davo piccoli strappi. Capito al volo, Tania ha cominciato subito a muoversi sopra al vibratore, facendo sbattere dentro al suo culo le quattro palline ed assaporandomi il cazzo con succhiate sempre più potenti mentre le spingevo la nuca verso le palle. Stavolta, dato che eravamo abbondantemente venuti entrambi, sono riuscito a trattenermi più a lungo, tanto da sentire il suo corpo che iniziava a sussultare nel pre-orgasmo; allora sono uscito dalla sua bocca e lei ha iniziato ad urlare il suo piacere mentre anch’io mi abbandonavo ad un orgasmo, intenso, finale, liberatorio, tirandole i capezzoli e schizzandole di sborra le labbra e le tette. E, dopo un attimo senza tempo, le ho liberato le mani e slegato il seno e ci siamo abbandonati sul letto a perdere il nostro sguardo in quello che poteva essere un soffitto od un mare di stelle lontane…
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